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Ferite e mastici: fra oscurantismo e buonsenso

A cadenza più o meno regolare ricorre, come in questi giorni, la diatriba fra chi è favorevole e chi è contrario al trattamento delle ferite con un mastice, inteso come un prodotto fluido protettivo da applicare a pennello o a spatola.

Trattandosi di argomento tipicamente sanitario e avendone usati tanti, tra successi e insuccessi, porto la mia opinione.

I mastici non sono prodotti cosmetici e non si applicano per mascherare la ferita o per far contento il committente. A volte sono molto utili, ma bisogna saperli scegliere e applicare.

Senz’altro è importante garantire alla pianta che abbiamo danneggiato il modo di cicatrizzare nel tempo più breve possibile. Riducendo sia l’esposizione all’aria e il conseguente disseccamento del “cambio” (il delicato tessuto che dovrà produrre la corteccia nuova), sia la possibilità che vari parassiti del legno vi si possano insediare, con danni conseguenti ben noti.

Potrebbe essere sufficiente produrre ferite piccole e nel periodo più adeguato alla rapida e completa cicatrizzazione entro la stessa stagione vegetativa, ma purtroppo le quotidiane pratiche di potatura spesso stridono con i tempi e le esigenze dell’albero.

Nel caso di ferite importanti, accidentali oppure deplorevolmente prodotte da motoseghisti che ben poco sanno di fisiologia e patologia, fra le scelte possibili ci sono anche i mastici, tutti uguali solo agli occhi di chi ne ha poca esperienza, spesso indiretta.

Le decine di mastici possibili, commerciali o artigianali, hanno in comune solo il fatto di essere sufficientemente fluidi (anche molto) da essere facilmente applicati su legno uniformemente decorticato, sano, pulito e non umido. La composizione varia, e molto.

Se in tarda estate pensiamo che i tempi di cicatrizzazione a disposizione della pianta siano scarsi, sarà utile proteggere con un mastice inerte (es. una cera) il cambio dal disseccamento. Non necessariamente tutta l’area esposta. Chiaramente i solventi che mantengono fluido il prodotto non dovranno essere fitotossici.

Se invece temiamo che la ferita possa ragionevolmente essere esposta all’infezione di parassiti pericolosi prima della sua chiusura, è opportuno un mastice antiparassitario. Però serve il fungicida giusto alla dose giusta, efficace contro quel particolare parassita o gruppo di parassiti e, chiaramente, atossico per quella specie e in quelle condizioni.

Come per qualsiasi altro trattamento sanitario, meriti e demeriti vanno a chi lo sceglie e lo applica, non al prodotto.

Vent’anni fa ho seccato una quarantina di innesti su castagno, convinto che quel mastice fungicida eccellente su melo, non fosse tossico su altre specie.

Ricordo di un’azienda che doveva asportare i rami malati in un filare stradale e pennellare le ferite residue sane. Durante la potatura, però, parte della segatura infetta finiva inevitabilmente nel vaso lasciato aperto e, poco dopo, incollata sulla ferita sana successiva.

Ricordo un giovane giardiniere che su un pero maestoso applicava una resina su ferite visibilmente infette, sigillando così il parassita dentro l’albero. Oggi è un fervente devoto alla religione antimasticista.

Ho visto centinaia di platani, tigli e ippocastani pesantemente feriti e non trattati per scelta dogmatica. Molti, dopo una decina d’anni, risultano abbondantemente cariati da parassiti che attraverso quelle ferite sono entrati e, forse, contribuiranno a far cadere l’albero prima di quanto lui volesse.

Però ho ben presenti alberi grandi, brutalmente scortecciati dentro a un cantiere edile, le cui ferite vengono tuttora trattate con frequenza regolare. Come la medicazione che si fa dopo un’operazione chirurgica. Dopo 7 anni gli alberi sono ancora là, vigorosi, con una corteccia secondaria che nel frattempo è cresciuta di 8 centimetri tutto attorno e nessuna infezione apparente.

Essere contro l’uso di qualsiasi mastice è come essere contro l’uso di qualsiasi sciroppo, che sia di menta o contro il mal di gola.

Funghi albericoltori

La scelta di passare da nomadi raccoglitori di piante a coltivatori stanziali è stato un momento fondamentale, soprattutto da un punto di vista sociale. Succedeva grossomodo diecimila anni fa. Da quel momento, in prossimità di un corso d’acqua e di terreni sufficientemente fertili ci siamo fermati e abbiamo costruito i primi insediamenti e una rete di relazioni coi vicini basata sullo scambio di quel che veniva prodotto in eccesso.

Nel benessere crescente, la popolazione aumentava e così abbiamo imparato a selezionare varietà più produttive, a irrigarle, nutrirle e difenderle dai parassiti. A coltivare piante poliennali, dalle quali raccogliere frutti ad ogni stagione. Gli interessi e non il capitale.

Alcuni agricoltori più lungimiranti di altri hanno poi scelto di ottimizzare gli sforzi mettendo a disposizione le proprie abilità. Chi sapeva come scavare un canale in modo adeguato lo faceva anche dal vicino, che in cambio aiutava nella vendemmia. Nel passaggio da rivalità a collaborazione sono nati i primi consorzi di agricoltori. Tutti ne avevano beneficio.

A fare la stessa cosa, tre milioni di anni prima, furono alcuni batteri e funghi microscopici, che da nomadi parassiti di piante divennero agricoltori a tutti gli effetti. Insediati sugli apici assorbenti delle radici, erano capaci di allungare nel suolo un reticolo di sottilissimi tubi (il micelio) coi quali raggiungere e trasportare alla pianta acqua e nutrienti. Per allontanare i parassiti, poi, producevano efficaci composti tossici da rilasciare tutto attorno alle radici della loro pianta. Chi era abile nel raggiungere l’acqua lasciava il compito di assorbire azoto o produrre antiparassitari a un altro.

Un consorzio, grazie al quale tutti raccoglievano e condividevano il surplus di carboidrati che la pianta produceva. Gli interessi e non il capitale.

E’ questa la vera differenza fra parassiti di piante, nomadi che saccheggiano quel che trovano (perché del domani non v’è certezza) e simbionti stanziali, che le piante preferiscono coltivarle.

In un singolo albero ce ne sono decine di specie diverse, ognuna specializzata nel fare qualcosa che la rende diversa e utile agli altri.

Della loro presenza si accorse per primo il Prof. Giuseppe Gibelli, osservandoli su radichette di castagno. Di questo studio ci restano argomentazioni modernissime e disegni meravigliosi, pubblicati nel 1883 (“Nuovi studi sulla malattia del castagno detta dell’inchiostro”).

Sono i simbionti micorrizici.

Agevolarne la presenza significa preservare salute e benessere dei nostri alberi.

Lucio Montecchio

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G. Gibelli, 1883. “Nuovi studi sulla malattia del castagno detta dell’inchiostro”. LM

Alberi a chilometri zero

La Puglia, si sa, non è famosa per le sue piantagioni di caffè. Eppure sembra che Xylella fastidiosa, batterio associato alla morte di migliaia di ulivi, vi sia stata importata qualche anno fa dal Costa Rica con una pianta di caffè infetta. Paesaggio ed economia locale ne stanno pagando le spese e chissà quanto durerà.

Phytophthora infestans sembra essere stata importata in Irlanda a metà ottocento, non si sa bene da dove, con un lotto di patate infette. Essendo la coltivazione di patate fonte primaria di reddito e di carboidrati, ne seguirono miseria, carestia, la morte di circa un milione di persone e, per chi ne aveva la possibilità, l’emigrazione negli Stati Uniti.

Sembra. Perché i tempi di incubazione delle malattie delle piante sono lunghi, e quando ci si accorge dell’effetto è spesso impossibile risalire al quando e al come. Però è estremamente probabile, nessuno l’ha mai smentito e questo dovrebbe bastarci.

All’epoca, di parassiti che uccidono le piante si sapeva ancora poco, ma oggi non ne sappiamo molto di più …

Quel che è certo è che dire parassiti non basta. Funghi, insetti, batteri e virus hanno capacità di movimento, esigenze, comportamenti, tempi e modi di diffusione diversi.

Il libero scambio delle merci non può essere bloccato, ma il movimento di quelle che potrebbero essere potenzialmente pericolose nel luogo di destinazione sì. Questo è il motivo per il quale, a volte con tempi tecnici discutibili, le normative internazionali sulla quarantena vengono costantemente aggiornate.

Per la sola Europa parliamo di una Direttiva corposa, nella quale è scritto che specie e quali loro parti devono essere controllate, in quale stadio di crescita, cosa controllare, che trattamenti antiparassitari eventuali devono aver subito, in che condizioni possono essere trasportate e via così.

Nonostante questo sforzo, grazie alla presenza di ispettori fitosanitari preparati, una piccola parte di quel materiale che parte da ogni angolo del mondo e arriva accompagnato da un documento che ne certifica la non-infezione, viene invece riscontrato infetto. La merce torna a casa sua, oppure viene disinfettata, oppure viene distrutta.

Un container di pomodori, azalee, bonsai o alberi di natale, però, per essere ispezionato al microscopio non può essere interamente danneggiato. E poi ci possono essere piante già infette ma che non destano alcun sospetto, perché i tempi di incubazione delle malattie delle piante sono lunghi, a volte anni.

E’ perciò inevitabile che qualcosa sfugga ai controlli.

Purtroppo, questo “qualcosa” sta aumentando di anno in anno.

Finché noi tutti continueremo a chiedere al fruttivendolo, al vivaista o al falegname frutti e piante esotiche provenienti dagli angoli più disparati del mondo solo perché costano meno o perché sono più belle di quelle belle che abbiamo già, il problema non potrà certo diminuire. Ne siamo tutti responsabili.

L’anno scorso durante un incontro tecnico-politico internazionale ho detto che alla luce delle conoscenze che abbiamo “la crescente importazione di patogeni esotici è un bioindicatore della stupidità umana”.

Qualcuno l’ha presa male, ma lo penso tuttora.

Gli esempi sono davanti agli occhi di chi li vuol vedere.

Buy local !

Lucio Montecchio

auto legname
Più local di così ….  (Spagna, 2012, LM)

Parassiti !

In un post precedente ho parlato del ruolo fondamentale di tutte le componenti di un sistema naturale, dove i parassiti più aggressivi fanno deperire e a volte morire gli alberi meno adeguati lasciando ai più vigorosi, capaci di produrre difese efficaci, tempo e spazio per riprodursi e diffondersi. Alberi e parassiti di alberi, tra alti e bassi, nel lungo periodo restano in equilibrio.

Quando però lo stesso parassita non arriva su un albero fra i tanti, ma in una piantagione di alberi geneticamente molto simili (prodotti da semi prelevati da una bella pianta-madre) o identici (cloni ottenuti facendo radicare rami della stessa pianta), può fare tabula rasa. Solo perché quegli alberi per noi hanno un valore economico, e come se non bastassero i sinonimi tutti negativi di parassita che ho trovato nel mio dizionario, i media certamente parleranno di “killer”. Qualcuno chiederà lo stato di calamità naturale e altri finanzieranno studi e interventi di contenimento di vario tipo cercando di ridurre la perdita di produzione, ben sapendo dall’esperienza che troppo spesso il costo non vale il risultato.

In Inghilterra qualche anno fa è “arrivato” (probabilmente importato con un lotto di piantine infette) un fungo parassita del frassino già noto da anni in mezza Europa. Si chiama Hymenoscyphus fraxineus. Si è diffuso in tutto il Regno Unito molto rapidamente e le definizioni “invasore” e “killer” sono state immediate. Si è scatenato un allarme generale ancora in atto, perché oltre all’indiscutibile valore paesaggistico dell’albero, la richiesta di legno di frassino è altissima e il reddito che ne deriva anche. Esempi simili in Italia ne abbiamo molti di più, ma ne parleremo più avanti.

Immaginiamo ora che il frassino non abbia alcun valore economico. Probabilmente lo stesso parassita verrebbe elencato fra le new entry della biodiversità locale, utile all’ecosistema, magari proteggendolo per legge perché ancora rarissimo e localizzato. Un po’ come la “nuova” specie di biscia d’acqua, Natrix helvetica, notoriamente presente dall’Italia alla Germania, ma osservata solo pochi giorni fa in Inghilterra. Killer di rane e topini, ma nessun danno al portafoglio. La notizia ha rubato il posto ad altre forse più importanti sul Telegraph, alla BBC e su social vari e, giustamente, la specie è già nell’elenco di quelle protette.

Ora immaginiamo invece che il frassino sia una specie indesiderata, colpevole di sottrarre spazio e nutrienti ad altre più redditizie. Diffonderemmo artificialmente quel fungo alla stregua di un diserbante biologico, ecocompatibile e a impatto-zero. Insomma, un sicario del quale essere orgogliosi. Magari per scoprire dopo una quarantina d’anni che, porcamiseria, adesso che ha ucciso tutti quegli alberi sgraditi ha deciso di sopravvivere passando ad altre specie a noi utili. E via con killer, emergenze, leggi e finanziamenti. Come è successo con Ceratocytis fagacearum, fungo già presente ma diffuso artificialmente negli Stati Uniti per disseccare in modo economico e selettivo alcune querce indesiderate, per poi scoprire dopo 30 anni che può spostarsi anche a quelle che vogliamo assolutamente tenere, magari con l’aiuto di un insetto vettore. Ora a livello internazionale è elencato fra i parassiti letali e di quarantena: se fosse maldestramente importato in Europa con un carico di legname infetto, troverebbe un clima perfetto e per le nostre piantagioni di quercia sarebbe un bel problema. E per noi.

Come sempre, è una questione di punti di vista …

Lucio Montecchio

chalara invader bbcsett2016
Settembre 2016. BBC. Servizio sul grande invasore Hymenoscyphus fraxineus, parassita del frassino.