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Semplicemente piante?

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Del tutto simili a quelle che vediamo al margine dei nostri boschi, 350 milioni di anni fa le felci avevano imparato dai loro predecessori il modo più semplice di vivere a lungo.

In fondo, bastava catturare la luce della stella più vicina fra una molecola d’acqua e una di anidride carbonica, ottenendo in pochi secondi una molecola di glucosio e un po’ di ossigeno.

Consapevoli degli immancabili momenti di crisi energetica, trasformavano l’eccesso di zucchero in amido, da distribuire e immagazzinare lungo tutto il corpo.

Facile? Mica tanto: ho lasciato sotto al sole una bottiglietta di acqua gasata mille volte, ma non è mai successo nulla. Solo le piante sanno fare zucchero, amido e ossigeno.

È per questo che sappiamo andare su Marte ma, in fondo, resteremo sempre dei coltivatori di piante. Per fortuna.

Lucio Montecchio

Forma e sostanza

radici

Nel lungo percorso evolutivo da alghe a muschi a felci ad alberi, quest’ultimo forse è stato il passaggio più impegnativo.

Le prime felci, infatti, come i muschi non avevano ancora un vero sistema vascolare e di sostegno. La crescita era perciò sostanzialmente orizzontale.  Però avevano già imparato ad abbozzare delle radici e a subire volentieri la coltivazione da parte di batteri e funghi simbionti, grazie ai quali potevano finalmente spostarsi anche lontano dall’acqua, allontanandosi così dalla competizione per lo spazio e i nutrienti delle altre specie.

La convivenza però imponeva una produzione di energia crescente, che le piccole foglie non potevano soddisfare. Non restava che giocare sulla quantità, allungando il fusto verso l’alto e ricoprendolo di foglie ben separate in modo tale che ognuna potesse massimizzare la fotosintesi.

A questo ci poteva pensare quella gemma apicale in costante sviluppo, ma la parete delle cellule, fatta di fibre di cellulosa, era troppo elastica: dopo qualche centimetro il fusto si afflosciava a terra.

Errore su errore, le felci inventarono la lignina che, mescolata alla cellulosa, come una resina irrigidiva la struttura complessiva. Alla stregua di un cemento armato moderno, ora le pareti del sistema vascolare erano elastiche ai movimenti di trazione e torsione del vento, ma anche resistenti al peso e alla compressione della massa sovrastante. La miglior proporzione fra le due componenti sarebbe stata affinata nel tempo.

Mantenendo rigido e stabile il diametro dei vasi linfatici, le felci potevano allungarsi molto più in alto e gestire la pressione della linfa aprendo e chiudendo gli stomi.

L’acqua finalmente risaliva dalle radici portando alle foglie ormai lontane i sali minerali, per poi scendere distribuendo energia a tutto il corpo e riprendere il ciclo verso l’alto.

Chiaramente le felci meno capaci perdevano l’equilibrio e cadevano a terra, diventando cibo per batteri, funghi e insetti e poi humus. Anche il suolo stava evolvendo, e in breve iniziarono ad apparire veri e propri boschi di felci.

Quel diametro sempre uguale a quello del primo giorno, però, non permetteva di reggere troppo peso: oltre il paio di metri il fusto enesorabilmente si rompeva.

La geniale soluzione fu la conicità di fusto e radici. A partire dalla base, il diametro diminuiva sia con l’altezza sia con la profondità, mantenendo così il miglior rapporto elasticità/rigidità rispetto al vento e alla coesione del suolo.

Erano nati i primi alberi e, grossomodo, assomigliavano agli attuali abeti.

Questa assoluta novità fu realizzata avvolgendo il fusto ogni anno, tutti gli anni, di una guaina fatta di un nuovo circuito linfatico che gradualmente faceva perdere di efficienza il vecchio il quale, riempito dei prodotti di scarto della pianta, assumeva sempre più il ruolo di sostegno fisico.

La guaina, poi, era in grado di produrre gemme identiche a quella apicale anche lungo il fusto e le radici, permettendo finalmente di produrre rami laterali, ciascuno con la propria chioma di foglie, e radici da radici, ciascuna con la propria chioma di apici assorbenti.  “Nodi su nodi ammonticchiando ….”

In questo modo, le gemme originavano un ramo se esposte all’aria oppure una radice se sottoterra. Nel tempo gli alberi impararono anche a produrre gemme di scorta sotto la corteccia, da attivare nel caso qualche ramo lì vicino si rompesse.

Da allora e quotidianamente gli alberi imparano dal suolo, dal vento e da loro stessi come migliorare la propria stabilità e fin dove svilupparsi.

Da giovani si allungano verso l’alto e si espandono verso l’esterno. Con l’età, il peso e gli acciacchi a volte cercano nuovi equilibri, lasciando seccare e cadere qualche ramo per rifarlo dove è più conveniente.

E’ nella loro natura, e non c’è potatura che possa convincerli del contrario. Perchè sono Esperti.

Lucio Montecchio

Facce da Bar

 

 

Oltre questa mia tastiera c’è il FaceBar, con le pareti blu e le foto dei clienti in vetrina. Come dal barbiere in Penny Lane.

Soprattutto in tempi di isolamento fisico da amici e parenti, il “Bar delle Facce” costa meno del telefono e spesso fa più compagnia, perché ti fa sentire parte di un gruppo, come le sere del mese scorso al Bar Centrale

Al Bar delle Facce ogni giorno è il giorno che vuoi tu.

Chiudi gli occhi, pensa al lunedì e i commenti sul calcio saranno abbondanti, anche in questo periodo di lockdown. In attesa di tempi migliori, c’è chi posta il video di un politico di grido che si fa recapitare a casa un gruppo di ragazzi per far fare una partitella spensierata al figlio.

Negli altri giorni cambia il soggetto, ad esempio si parla parecchio dei vantaggi della bava di lumaca come anti-age (eh, si, perché dovete sapere che la bava sa rallentare il tempo, come ben dimostrato dalla lentezza delle lumache), di quella lì di Sanremo che è brutta perché ha il naso rifatto, oppure delle possibili geometrie del nostro pianeta.

Le dinamiche della discussione sono sostanzialmente le stesse: si confrontano opinioni opposte, ci si insulta per un po’ e poi si da’ tutti ragione all’esperto di turno, che se non fosse che gli mancavano ventotto esami si sarebbe laureato con una tesi in chirurgia dell’esofago. Tanto, a cosa serve una laurea? Lui fa il macellaio già da quattro mesi, e la laurea se l’è conquistata sul campo alla faccia dei figli di papà che vanno all’Università.

Vi faccio un esempio: durante la serata dedicata a “piante, dadi e datteri” si presenta immancabilmente qualcuno con due foto sfocate di un albero che ha già deciso di salvare da un destino crudele, chiedendo di che specie si tratti e soprattutto di che cosa è malato e cosa fare. Perché, si sa, gli alberi sono sempre malati, basta cercare bene. Anzi, no, scusate, non sono mai malati, va tutto bene. Anzi, no, devo sentire un amico, che lui sa. Diagnosi per corrispondenza, insomma, ecco. Smart working! (che poi ho chiesto a Jonathan, e da loro non usano questo termine).

Ma torniamo a noi.

Nel tempo di cinque minuti e parte il “toto-opinione”.

A me interessa: “seguo”, nel frattempo faccio gli auguri di buon compleanno a un amico che non conosco, scusandomi (cioè chiedendo scusa a me stesso) del ritardo.

Torno nella pagina dopo venti minuti, osservo, sorrido e scrennshotto, pensando al fatto che al mio medico non spedirei mai la foto dei miei occhi arrossati, perché certamente mi risponderebbe “amico mio, devo vederti. Magari poi ti mando da un oculista, o da un epatologo, non lo so. Forse sono solo le grappe di ieri sera, ricordi? No, vero?”.

Per fortuna fra gli avventori c’è spesso Gregorio Rasputìn, il vecchio allenatore dell’Albignasego Football Club: lui sa, perché dieci anni fa curava la rubrica scientifica “Io sono io” nel Bollettino di una parrocchia che purtroppo oggi non esiste più per via dei cambiamenti climatici.

Rasputìn posa il calice, si pulisce il naso adunco con la manica e da sotto i capelli lunghi sentenzia annoiato “carenza idrica: dategli un buon insetticida!”. Si, come abbiamo fatto a non pensarci prima? Non piove da tre mesi e gli insetti vanno a bere succhiando dalle foglie, come dimostrò già nel 1987 quel tale lì, come si chiama? Beh, non importa, dai: ora che ci penso, me l’aveva già detto il mio imbianchino.

Questo è il momento tanto atteso, quello della coesione sociale: alziamo tutti il pollice urlando “Like” e brindiamo felici, dandoci delle gran pacche sulla fronte col palmo della mano.

Anch’io, sia chiaro.

Semplicemente, mi convinco per qualche minuto di non aver “mai aperto i libri alle mie spalle, che tra l’altro non sono neanche miei”, come ebbe a dire con orgoglio un personaggio interpretato da quel genio assoluto di Natalino Balasso, il quale chiudeva la questione con “e comunque adesso devo portar fuori il cane”.

Lucio Montecchio

 

L’albero – foresta

 

“Quello di cui i nostri timorosi compagni di viaggio non sembrano rendersi conto, dottore, è che fuori dalla vostra colonia c’è semplicemente una colonia più grande”

J.G. Ballard, Foresta di cristallo, 1966.

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Sono più che mai convinto che un albero sia luogo, un ambiente complesso frutto del lavoro di centinaia di specie che, sotto e sopra la corteccia, convivono secondo regole ed equilibri che non capiremo mai appieno.

Un sistema implicitamente e necessariamente dinamico in grado imparare, adeguarsi agli eventi e prepararsi al futuro. Perché la vita, si sa, è molto più fantasiosa di noi.

La quercia che ho di fronte ci ha messo nove secoli a diventare com’è, cambiando chissà quante forme. E così, quell’alberello nato finché Riccardo Cuor di Leone guerreggiava con Saladino è cresciuto, ha sbagliato, ha capito, ha provato in un altro modo e negli ultimi anni ha scelto di lasciar cadere qualche ramo molto grosso pur di far spazio a rami più sottili. E’ un problema? Non per lui, evidentemente.

Ma c’è di più: negli spazi più aperti, dove le branche si aprono quasi orizzontali creando un pianoro centrale, ha lasciato che foglie e rami diventassero dapprima humus e poi un vero suolo, nel quale lasciar crescere muschi, felci e giovani alberi che affondano le radichette nella sua parte più centrale, ormai marcescente.

Quando altri rami cadranno e lasceranno penetrare più luce, loro saranno pronti a crescere.

A prescindere dall’età e dalle dimensioni, questo “albero-foresta” è certamente un monumento: alle dinamiche della natura e a chi non ha avuto tempo o voglia di ingessarlo fra cavi, cavetti e puntelli.

 

Windsor, 10 settembre 2019

Lucio Montecchio

Cittadini da apericena

Quando i primi ominidi arrancavano piegati vivendo di frutti e di animali così lenti da essere catturati e mangiati crudi, i boschi erano già lì da millenni. Più o meno fatti come una attuale foresta vergine.

Dagli alberi abbiamo imparato il fuoco, ottocentomila anni fa, e subito dopo il caldo e la bistecca: valeva la pena fermarsi. E così, un po’ alla volta siamo passati da predatori nomadi ad allevatori e agricoltori stanziali.

La quasi totalità dei nostri boschi sono addomesticati da allora. Semplificati così tanto da far crescere solo le specie che ci sono utili eliminando tutte le altre. Come si fa con le erbe che in un campo di soia si berrebbero acqua e nutrienti in cambio di nulla, ma qui invece del diserbante si usa la motosega.

Anche senza particolari abilità, questi boschi li riconosciamo dalla presenza delle sole specie richieste dal mercato e utili alla nostra quotidianità. Sono fatti di giovani alberi grossomodo delle stesse dimensioni, spesso piantati in file come in un campo di mais per essere tagliati facilmente e avere lotti omogenei al raggiungimento di una dimensione commerciabile. Niente di strano: con la stessa logica mangiamo migliaia di cuccioli di pecora, manzo e gallina. Aspettare oltre terrebbe immobilizzato un capitale e non giustificherebbe il costo di mantenimento.

È altrettanto normale, perciò, che l’età degli alberi più vecchi di molti dei nostri boschi sia attorno ai 100-120 anni. Sono cuccioli da tagliare appena il mercato li richiede e prima che con l’età aumenti la suscettibilità a malattie che fanno marcire il legno.

Ma se l’albero più grosso e vecchio che siamo abituati a vedere ha solo cento anni, è chiaro che tutti quelli di duecento ci faranno sgranare gli occhi e urlare “monumento!”. Molti potrebbero arrivare a cinquecento, o mille, o di più. Basterebbe dimenticarsene, ma di questo parleremo un’altra volta.

Non sono assolutamente contrario alla coltivazione dei nostri boschi. Fortunatamente abbiamo una lunga tradizione e fior fiore di esperti che coltivano e tagliano senza che ce ne accorgiamo, gestendo i tempi e i ritmi di crescita come fa un bravo batterista, del quale ti accorgi solo se sbaglia. Anch’io taglio alberi e mi ci riscaldo. Anch’io preferisco un mobile di legno di buona qualità a uno scadente o di plastica.

Basta non confondere dinamiche naturali e umane, perché in natura un bosco non è un insieme di alberi, è molto di più. Quanto maggiore è questo molto, maggiore è la diversità biologica.

Vogliamo permettere a questi boschi di essere più ricchi di specie? Dobbiamo ripartire da quelle vegetali, madri e padri di tutto quel che sopra alla catena alimentare c’è.

E’ semplice. Provate ad abbandonarli per quarant’anni e faranno ingresso le molte specie che ritenevamo inutili e tagliato: ciliegi selvatici, robinie, maggiociondoli, frassini, aceri, pioppi, sorbi, saliconi, noccioli e molti altri, senza contare tutti gli arbusti e le erbacee. E conseguentemente tutti gli animali vegetariani, e poi i carnivori. Una serie di mammiferi grandi e piccoli, anfibi, rettili, uccelli, insetti, funghi e via così. Ma a questo punto i boschi diventeranno selva oscura, regno di troll, linci, lupi e orsi, che mangeranno le pecore dei pastori e attraverseranno il nostro sentiero.

Vado a memoria: “Che beo, el pare un giardin”, commentavano due turisti osservando una piantagione di abete ad Asiago, in un romanzo di Mario Rigoni Stern.

E’ proprio così, non lamentiamoci troppo: noi cittadini da apericena la biodiversità la vogliamo altrove.

Vogliamo boschi-giardino: semplici e facilmente raggiungibili, magari con pista da sci, ponte tibetano e baita con solarium. Dove il lupo non arriva.

Lucio Montecchio