Tag: potatura

Quello che non so

IMG-20200721-WA0010

Ho già avuto modo di dirlo più volte: a me piacciono le persone che le piante le amano per il sorprendente fatto che esistono, indipendentemente dall’utilità, dalle dimensioni e, tanto meno, dall’età.

Poi, come si sa, ho un debole per gli alberi.

Però ci sono cose che non ho ancora capito.

Non ho ancora capito perché il piantare alberi affinché rinfreschino le nostre città passi come una grande idea, quando siamo stati noi a toglierli solo pochi anni fa per far spazio al nostro parcheggio, al nostro supermercato e al nostro cassonetto dell’umido.

Non ho ancora capito perché piantare sessanta milioni di alberi sia un’idea geniale, quando esiste la legge su un albero per ogni nato da anni che però viene disattesa perché non ci sono i soldi e, soprattutto, spazio.

Non ho ancora capito perché nessuno si ribella quando un’amministrazione pianta alberi sul bordo di una strada o in mezzo a una rotatoria destinandoli a essere massacrati da parcheggiatori e potatori.

Non ho ancora capito perché c’è chi dice di aver cura degli alberi ma sul furgone ostenta una motosega.

Non ho ancora capito perché un albero di 110 anni, 20 metri e mezzo marcio sia più meritevole di attenzione di uno più giovane, basso e sano.

Soprattutto, non ho capito perché diventa un dramma tale da scatenare telefonate ed e-mail il fatto che durante una diretta alla quale non ho chiesto io di partecipare dico che a me sono simpatici i movimenti di cittadini che si mobilitano per il fatto di voler sapere il motivo per cui vengono abbattuti alberi loro.

E’ la libertà, la cosa più preziosa che mi viene in mente.

E’ da quando avevo sui 16 anni che parteggio senz’altro per la gestione condivisa di qualsiasi bene comune, e non l’ho mai nascosto. Poi, sia chiaro, l’amministratore te lo sei votato tu e se non ti ha spiegato il perché di queste scelte prima di applicarle, sappi che hai sempre un’arma potentissima in mano: il prossimo voto.

A corollario: la simpatia non significa appoggio, ma condivisione del coraggio di voler sapere il perché delle cose.

Ecco, come chiuderebbe un mio amico con una delle più belle considerazioni del secolo: “era solo un pensiero”.

– Grazie a Gabriele Romorini (compagno di banco in prima elementare e fino alla fine del liceo) per la bella foto, scattata a Bibione poco fa –

Lucio Montecchio

La Caskia sacra

Nell’arcipelago delle Gakakoji cresce un albero che arriva sui 5 metri, la chioma è espansa e le foglie sono ampie. Sostanzialmente assomiglia a un fico, ma ha una particolarità: la linfa è densa e rosso scuro.

Questo è il motivo per il quale è stato chiamato Caskia sanguinea.

È un albero scoperto una ventina d’anni fa, grazie alla perseveranza di un gruppo di botanici francesi, alla cordialità delle tribù locali e alla mediazione di un prete missionario.

Di là dagli aspetti botanici, la particolarità di questa pianta sta nel rapporto che con lei hanno gli abitanti fin da tempi lontani. Perché loro, a dir la verità, l’avevano già scoperta da un po’.

Per il fatto che la linfa ricorda il sangue, infatti, quest’albero è considerato sacro.

La vista della linfa è di cattivo auspicio e la Caskia non si può abbattere né potare. Così come le vacche in India non si macellano né vengono affettate finché passeggiano.

Per lo stesso motivo, si ritiene che respirarne l’alito faccia guarire dalle malattie respiratorie e da altri malanni. Quando nasce un bambino, perciò, la madre pianta una giovane Caskia e il padre ci versa delicatamente 9 secchi d’acqua.

Civiltà tribale.

Lucio Montecchio

Barney

barney

 

Il platano che i londinesi chiamano Barney è ancora lì, lungo il Tamigi. Per riuscire a trovarlo c’è voluta una mattina di pazienza, che se fosse stato per me mi sarei arreso dopo due ore e avrei raggiunto la famiglia di Carlo al pub.

Oltre a essere enorme è sanissimo.

Vecchio non sembra proprio. Sarà perché è senz’altro nel posto giusto e perché nessuno taglia né lui, né il boschetto, né il rovo denso nel quale è immerso.

Inghilterra, 1652. Nella collezione botanica del giardino di Oxford il platano mediterraneo e quello nordamericano crescono a stento: il primo è freddoloso e l’altro non sopporta l’umidità.

In una delle lunghissime sere invernali passate davanti al caminetto, un gruppo di giardinieri decide di provare a incrociarli artificialmente, in modo da tirarne fuori un ibrido più adattabile al clima britannico.

Dev’essere stato un lavoro estenuante, fatto di occhialini e pennellino. Forse per vent’anni produssero piante peggiori oppure non molto diverse dei genitori, ma nel 1670 uno dei molti alberi soddisfò finalmente le aspettative.

Era bello, robusto, imponente, vigoroso e cresceva rapidamente.

Giustamente orgogliosi, lo chiamarono “Platanus inter orientalem et occidentalem media”. All’epoca si usava così: Linneo doveva ancora nascere.

Tagliando e facendo radicare nel modo e nel momento opportuni i rami della nuova specie, i botanici riuscirono a produrre centinaia di cloni. Non figli, ma copie perfettamente identiche da omaggiare a nobili e vescovi, che li piantarono in bella vista nei loro parchi. Grazie a questa abile strategia di marketing, nella regione di Londra ne furono piantati migliaia in pochi decenni, soprattutto lungo le nuove strade.

Qualche tempo dopo iniziò la rivoluzione industriale. Le fonderie a carbone liberavano così tanti fumi da rendere l’aria irrespirabile, colorando il cielo di una tonalità di grigio scuro, subito chiamata Fumo di Londra.

La polvere si depositava ovunque. La gente tossiva, le malattie respiratorie aumentavano e gli alberi si seccavano. Tutti, fuorché i platani.

Le foglie di Barney e dei suoi cloni catturavano la polvere senza deperire e, complessivamente, le chiome che si compenetravano lungo i viali filtravano l’aria rendendola un po’ più accettabile.

Nel 1880 un giornalista locale scrisse “Nelle molte vie e giardini di Londra è decisamente sorprendente vedere quanto sano, pulito e rigoglioso sia il platano. Sebbene sia circondato da miriadi di ciminiere, le sue foglie grandi e sane sembrano quelle di un albero che viva lontano dal fumo e dall’atmosfera cittadina”.

Anche grazie a questo indiscutibile vantaggio sanitario, in pochi decenni il platano ibrido, invenzione umana, fu diffuso lungo tutte le nuove strade europee creando quei corridoi verdi che tutt’ora vediamo percorrendo molte strade.

Corridoi ecologici che permettono a una ricca fauna di vivere a quindici metri d’altezza e di spostarsi con facilità per chilometri.

Corridoi sanitari fatti di rami e di foglie che rinfrescano, filtrano e ossigenano.

E noi siamo ancora qui. A discutere di potatura invece che di alberi e di posti giusti.

Lucio Montecchio

Faremo meglio la prossima volta

cortina

Il viale che ho percorso in questa giornata di freddo e neve fa mostra della sua bruttezza.

Alberi massacrati da presunti potatori, incaricati da amministratori di un bene pubblico. Anche mio.

E’ il solito, prevedibile gioco delle parti (A: amministratore, P: potatore):

A: Abbiamo deciso di potare quel viale di frassini. Con tutti quei rami gli alberi sono proprio brutti. E poi, sa, ci coprono i cartelli pubblicitari.

P: Va bene, è il mio lavoro. Rimonda del secco e potatura di selezione, personale certificato, 15 mila euro. (Però … hmmm … guardi che sono aceri).

A: Ah … grazie, ma non abbiamo tutti quei soldi.

P: Va bene, facciamo una cosa un po’ meno accurata. Sono 10 mila.

A: Non ce la facciamo ancora, però una sistematina bisogna darla, ce l’abbiamo in bilancio.

P: Va bene. Per 5 mila riusciamo a fare qualcosa di veloce nei ritagli di tempo. Tiriamo giù i rami più grossi e l’effetto si vede.

A: Affare fatto. Casomai faremo meglio la prossima volta.

 

Mi ricorda una vecchia barzelletta che racconta di un signore al quale è morta la suocera e chiede un bel funerale al titolare dell’impresa funebre (G: genero, I: impresario)

G: Sa, è stata una santa donna, se non ci fosse stata lei a seguirci i bambini …

I: Va bene. Una bella cassa di mogano e un copricassa di rose rosse. Sono 15 mila euro.

G: Qualcosa di più economico?

I: Va bene. Cassa in abete e due ceste di iris, 5 mila euro.

G: Non ce la faccio ancora. Però è una cosa che va fatta, oramai i parenti sono in arrivo.

I: Va bene. Mi porti qui la vecchia che vediamo come sistemarle 4 manici. 300 euro.

G: Affare fatto. Casomai faremo meglio col suocero.

 

Lucio Montecchio