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Una casa sull’albero

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Primo semestre del 1942. Un generale invita a prendere un bicchiere di vino il suo attendente. Non è la prassi, ma vengono tutti e due dallo stesso paesino e, prima di prendere una decisione importante, lui fa così.

Sai, devo deportare un po’ di partigiani sloveni e croati con le loro famiglie in un posto sicuro.

Dove? Nella Dalmazia italiana, esclama gonfiando il petto.

Cos’hanno fatto? Si oppongono al nostro governo, urlano “la Slovenia agli sloveni” e altre stronzate simili. Figurati che non accettano neppure di modificare il nome delle loro città con una fonetica più comprensibile.

Mogli e figli? Nuclei familiari.

Ah … ok. Di quanta gente si tratta? Sui diecimila, ma c’è posto per quindicimila.

Orca! Credevo una trentina … Il posto l’hai trovato? Si, la parte a nord dell’isola di Arbe. E’ pianeggiante, ci si sbarca a cinquecento metri ed è facile da controllare. Porteremo l’acqua con le cisterne e li nutriremo l’indispensabile. E poi, sai, credo che ben pochi di questi montanari sappia scappare a nuoto.

Ah … Rab, dove è nato San Marino! Però come fai a tenere sotto controllo i locali, slavi anche quelli? Dobbiamo trovare un modo, non so … Forse val la pena fare un po’ di confusione e metterci dentro anche un po’ di giudei.

Mah … Sequestrare gente dentro a casa sua mi sembra una stupidaggine, ma il generale sei tu.

31 Luglio 2018, 34 gradi.

Non sono mai stato in un campo di concentramento.

Il parcheggio del monumento ai 15.000 deportati nell’Isola di Rab ha spazio per 6-7 auto e ce ne sono 5: tre italiane, una ungherese e una croata.

Leggiamo le due insegne all’ingresso. La cosa che mi colpisce di più è la foto di 5 bambini magri e rannicchiati su una coperta a righe.

Entriamo. In alto sventolano 5 bandiere: croata, europea, slovena, israeliana, sammarinese.

All’ombra di cipressi e pini, file interminabili di nomi e cognomi. Su alcune delle placche ovali c’è un fiore o un lumino ardente: parenti. Su una tomba a destra c’è una composizione fatta con alcune pigne raccolte lì sotto: visitatori.

Più in fondo una striscia di rame interminabile di nomi e anni di nascita, compresa Željka Šoštarić, 1942.

Di bambini sotto i 15 anni qui ne sono morti 163, davanti agli occhi incapaci di padri e madri, ebrei e cattolici. Facendo due conti, i loro genitori avevano sui 40 anni, morti anche loro di fame, sete, malaria e caldo cocente. Fra il 27 luglio 1942 e l’ 11 settembre 1943 qui morirono troppe persone, ma solo 1488 di esse furono identificate.

Il campo di sterminio fu liberato dagli abitanti dell’isola di Rab.

In fondo a sinistra c’è un mosaico potente, straziante. Un Guernica sloveno, opera di Mario Pregelj. Mostra un uomo non più capace di sollevarsi che, aiutandosi con la mano sinistra, allunga la destra chiedendo di continuare a vivere. Sullo sfondo, alberi secchi.
Ancora una volta, vite spezzate senza motivo. Uomini colpevoli di rivendicare la terra dov’erano nati, quella dei loro genitori. Donne colpevoli di essere mogli, figli di essere figli. Ebrei rei di aver ammazzato Cristo duemila anni fa.

Siamo dentro da quasi un’ora. Giriamo ciascuno per conto proprio, seguendo il filo delle emozioni. Non abbiamo ancora trovato la forza di parlare. Raddrizzo un lumino ancora acceso, caduto col vento.

Usciamo e ci guardiamo con gli occhi lucidi.

Monica raccoglie un mazzo di elicriso sulla collinetta di fronte. “Per ricordare”, dice.

Essere qui in vacanza e visitare questo posto dà un senso di colpa amaro, durevole, amplificato dal fatto che non c’è nessuna, nessuna traccia di condivisione di questo dolore profondo da parte del mio Paese, unico artefice di tutto questo.

Cosa manca? Non so, forse una corona, forse una lapide con scritto “Abbiamo sbagliato, ci dispiace”.

Forse manca un regalo simbolico per quei bambini morti senza aver mai giocato.

Forse manca un’altalena, o una casa sull’albero.

Lucio Montecchio