Tag: resilienza

Vaia

20190510_1922216286567302094003509.jpg

Dall’alto della valle, Sbrègo si lasciava carezzare dall’ultimo venticello caldo e piovoso di fine stagione, prima che l’inverno arrivasse a fare il suo.

Scirocco: profumo di salsedine, di sole e di rosmarino.

Immaginava di sorvolare il sūq di Tunisi, e poi una distesa di dune fino a un’oasi lontana, coi bambini intenti a prendere gli scorpioni per la coda e una Fata Morgana seducente e irraggiungibile.

Non sapeva spiegarselo neanche lui, ma era iniziato tutto cinquant’anni prima, quando un lampo l’aveva aperto per lungo. Fu un elettroshock brutto brutto, però da allora prendeva Capodistria, la Rai e qualche TV minore.

Quando il cielo era terso riusciva anche a vedere dei bei documentari alla BBC.

Però se la tirava. Oh, se se la tirava!

Non vedeva l’ora che crescesse un nuovo albero per dar sfoggio di saperi sportivi, cromatici, ecologici, pentatonici ed endecasillabi.

Una volta riuscì a stupire un gruppo di salici raccontandogli che dall’altra parte del mondo ci sono alberi acquatici con le radici all’insù, ma quando un paio d’aceri si girò ridacchiando, chiuse velocemente il discorso con un altezzoso “Idit qui non servat occidit”.

Non sapeva neanche lui cosa significasse, ma quel moncone di frase rubata alla pubblicità del Petrus suonava bene.

Saccente e permaloso come un vecchio. Stimato e rispettato come un saggio.

“An ancient tree”, commenterebbe Neville.

 

“Non è niente, è solo vento africano. Annusatelo e godetene”, disse con voce rassicurante ai giovani pioppi che tremolavano lungo la riva del torrente.

Di lì a poco, però, la pioggia si mise a cadere sempre più forte, aprendo dei rivoli veloci nel bosco.

Soprattutto, pioveva sabbia fine e rossa, di quella che smeriglia le foglie.

Le chiome oramai garrivano.

Anche quelle degli abeti, che lui chiamava “soldatini di legno”: stessa livrea, età e statura. Allineati e coperti come in una piazza d’armi.

“Mi spezzo ma non mi piego” recitava il loro motto.

“Vedremo, vedremo, con quelle gambe lunghe e la chioma così alta. Vedremo”.

E poi ci fu quel bagliore fumoso e rossastro che veniva dall’appennino, o giù di là.

“Ragazzi, mi sa che stavolta vien su un vento che ricorderemo a lungo. Aspettiamo ancora qualche ora e, se non cala, ci organizziamo. Tutti pronti alle prime luci”.

Fu una notte insonne.

Per il vento, per la pioggia e perché la memoria lo portava sempre a quel maledetto fulmine.

Anche lui, nel buio, tremava.

“Fra dieci minuti! Pronti con la testuggine!”, tuonò.

Qualcuno iniziò a girare su se stesso, altri iniziarono a piegarsi indietro. C’era chi copiava dal vicino e chi fischiettava guardando in alto. Insomma, un gran casino disordinato.

“Va ben, dai. Mischia ordinata!

– Applauso –

Aceri e frassini: tutti a destra.

Faggi: tutti a sinistra.

Tutti gli altri: occupate i buchi più bassi. Anche voi, noccioli là in fondo. Anche le betulle!

Ancorate le radici al sasso più grosso che trovate.

Piegatevi lentamente in avanti. Piano, che così a freddo vi rompete.

Abeti, cervi e caprioli, dietro.

Prima linea, in ginocchio. Seconda e terza linea, coprire i buchi e pronti a spingere.

Quando la prima raffica toccò i  100 all’ora, Sbrégo urlò “Crouch!”

“Scusa, cossa vol dire?” Chiese un sorbo arrivato da poco.

“Legatevi coi vicini e intrecciatevi con quelli dietro!

Il vento cercherà di sollevarvi. Non fatelo passare o vi rovescerà tutti assieme.

Deve volarvi sopra come foste un corpo unico, rigido ed elastico, duro e morbido. Alla fine, lui si stancherà prima di voi, vedrete.

L’acqua cadeva e correva, i sassi correvano e cadevano.

Il vento si trasformò in una massa densa e nera. Per qualche motivo irrilevante urlò il nome di una signora tedesca e iniziò a tirar mazzate come un ariete spartano.

Bam. Bam. Bam. Bam. Per ore.

Ammainate le vele!

“Scusa?” chiese perplesso il sorbo di prima.

“Mollate le foglie alte, porcamalora! Dovete far sfiatare l’aria che passa da sotto, sennò vi scoperchia”.

“Anh … ‘desso go capìo, Mister”.

 “E’ solo aria. Chiudete gli occhi e spingete. Tu, là in fondo, abbassa i rami fino a terra e spingi!”.

“Fatelo per voi, fatelo per i vostri figli, la vostra famiglia, la patria, la gloria!”

– Forse mi sono lasciato prendere la mano – pensò, ma ne ebbe certezza quando uno dei molti piloni schierati a sud, che spingeva come un toro da ore, urlò a denti stretti “Va in mona!”.

Fu dura, durissima, ma fu così che la squadra più selvatica, sgangherata, irriverente, multietnica e multietà di Sbrègo riuscì a rimbalzare il vento chissadove.

Certo, rimasero a terra molti feriti e alcuni morti, ma il bosco aveva salvato sé stesso, come tutte le volte precedenti. E anche i due paesini a valle.

Sbrégo ne uscì con qualche altra ferita, ma ancora troneggia spavaldo dall’alto della sua collina. Pronto a nuove battaglie e certo delle future vittorie.

“A veteran tree!”, esclamerebbe Neville.

___

Fra pochi giorni, giornali e televisioni celebreranno gli abeti spezzati da Vaia. Parleranno ancora di metricubi o di ettari e misureranno il danno in soldi.

Ben pochi spiegheranno perché molti boschi ce l’hanno fatta.

Padova, 18 ottobre 2019

Lucio Montecchio

Carlo il resiliente

boeri

Il posto nel quale si svolge questa storia è uno dei bar di uno dei tanti paesini della collina trevigiana.

Di quelli fra la chiesa e il negozio di alimentari, con davanti uno scooter parcheggiato malamente, le sedie di plastica bianca sotto alle finestre e le tendine ricamate, ingiallite dagli anni in cui dentro si poteva fumare.

Di quelli dove le marche di sigarette sono tre e i pochi pacchetti si alternano nella rastrelliera ai mazzi di carte, rigorosamente da briscola.

Mezzogiorno: sentore fine e persistente di soffritto. “Un bianco, grazie”.

Sul bancone gli immancabili Boeri rossi e, in ordine sparso, mezze uova con un cappero trafitto dallo stuzzicadenti, polpettine tristi e fettine di filoncino con sopra qualche improbabile salsa.

Se non fosse che nella vetrinetta manca la Luisona, potrebbe essere una versione di quel Bar Sport di Stefano Benni.

Mi piacciono questi baretti di collina: ci trovi sempre qualcuno che sta leggendo la pagina sportiva, col quale attaccar bottone con facilità lamentandosi del tempo o commentando le scelte del governo.

Carlo ha sui 70 anni, lo conosco da tempo. Faceva l’idraulico e i ragazzi del posto lo chiamano Tuby, ma questo burberone con lo sguardo da bambino curioso ci ride su.

Scarpe grosse e cervello fino, eloquio lubrificato dal secondo Grigioverde e da un’ampia disponibilità di bestemmie da usare con fantasia. Per rafforzare una frase, meravigliarsi di qualcosa o sottolineare le curve dell’Alessia.

Eh si … voi professoroni …. bravi!

Eccoli qua i danni che avete combinato convincendoci a togliere il bosco per farci fare i soldi in fretta.

Adesso abbiamo tutti la macchina grossa e il conto in banca, ma ai nostri boschi chi ghe pensa più? ‘Na volta i castagneti i se curava, se netàva, zarpìva, incalmàva e malatie no ghe n’era.

Abbiamo piantato vigneto fino al bordo della strada e in giardino abbiamo magnolie e palme stitiche.

In trent’anni abbiamo avvelenato e distrutto tutto, però mettiamo rose sotto i pali di testa e cassette-nido, pensando che basti a convincere api e uccelli a tornare.

E allora sai cosa ti dico?

Mi sto facendo un bosco mio, dietro casa, sul pezzo di terra che mi ha lasciato mio padre. Ogni tanto vado su e raccolgo piantine di acero, sorbo, frassino, faggio, nocciolo, ciliegio e pioppo.

Pini no, non m’interessano: non sono nostrani.

Le metto là, sparse, quel che attecchisce bene. Quel che si secca non lo pianto più.

Orca, Carlo … ma allora sei un montanaro resiliente!

Residente? Ancamassa !

Io e la mia famiglia siamo sempre stati qui. Il posto più lontano che ho visitato è stato col militare: fanteria. Castiglione dei Pepoli, Tos-ca-na. Bestemmia esclamativa.

Umanità in via d’estinzione.

Offro io.

Lucio Montecchio