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C’era una volta una ghianda

Aveva avuto la rara fortuna di cadere dentro a un vecchio cespuglio di rovo e di sopravvivere a caprioli e scoiattoli.

Nella sua tana spinosa non faceva né caldo né freddo, né secco né umido, e così si era appisolata per un po’.

Quel giorno, un raggio di sole la risvegliò delicatamente. Alzò lo sguardo e, poco lontano, vide il vecchio Rovere.

Ciao piccola, aspettavo compagnia da quarant’anni. Torna a dormire, dai, che questa non è ancora la Primavera. Ti sveglio io fra un paio di mesi.

Ma ormai sono sveglia …

Stanotte farà freddissimo.

Non ho più sonno!

Senti, ti racconto una favola.

C’era una volta una ghianda. Aveva avuto la rara fortuna di cadere dentro a un vecchio cespuglio di rovo e di sopravvivere a caprioli e scoiattoli …

Lucio Montecchio

Facce da Bar

 

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Oltre questa tastiera c’è il FaceBar, con le pareti blu e le foto dei clienti in vetrina come dal barbiere in Penny Lane (a me piace questa versione).

Il “Bar delle Facce” fa compagnia e rilassa, ti fa sentire parte di un gruppo. E poi, qui è tutto gratis: birra, tramezzini e opinioni. 

Il lunedì ci si ritrova per un  grande classico: i commenti sulle partite. C’è chi sa come si fa e non si fa, il solito che dice che l’arbitro è un gran cornuto e chi entra vestito da CR7 urlando “abbiamo vinto”, come se in campo ci fosse stato lui.

Per fortuna fra gli avventori c’è quasi sempre Gregorio Rasputìn, il vecchio allenatore dell’Albignasego Football Club: lui sa, perché dieci anni fa curava la rubrica “Io sono io” nel Bollettino di una parrocchia che purtroppo oggi non esiste più per colpa dei cambiamenti climatici e dell’invasione degli stranieri, nonostante il Piave ci avesse messi in guardia già un secolo fa e Nando continui a farlo quotidianamente.

La parola di Rasputìn è legge, e quando finisce di parlare da sopra una sedia alziamo tutti il pollice urlando “Like” e brindiamo felici, dandoci delle gran pacche sulla fronte col palmo.

Negli altri giorni cambia il soggetto (ad esempio parliamo molto dei vantaggi della bava di lumaca, del naso rifatto di quella di Sanremo, della presunta intelligenza dei virus oppure mettiamo a confronto le geometrie possibili della turbina dell’auto di Gek con quelle della Terra), ma le dinamiche sono sostanzialmente le stesse: si confrontano opinioni opposte, ci si insulta per un po’ e poi si da’ tutti ragione all’esperto di turno, che se non fosse che gli mancavano due esami si sarebbe laureato.

Ad esempio, alla serata dedicata a “piante, dadi e datteri” si presenta sempre qualcuno con la foto di un albero del quale ha già assunto la responsabilità della cura, chiedendo di che specie si tratti e soprattutto di che cosa è malato. Perché, si sa, gli alberi sono sempre malati, basta cercare bene.

E lì, ragazzi, parte il toto-sono-figo.

Tutte le opinioni sono seguite da un certo numero di Like e, come è giusto che sia, vince quella più votata. Io sorrido, pensando al fatto che al mio medico non spedirei mai la foto dei miei occhi arrossati chiedendo di cosa si tratta, perché mi risponderebbe “amico mio, devo vederti. Magari poi ti mando da un oculista, o da un epatologo, o da un endocrinologo, per ora non lo so. Forse sono solo le grappe di ieri sera, ricordi? No, vero? Facciamo un po’ di esami e aspettiamo la diagnosi”.

Già … la Diagnosi. Stupida e inutile pratica preistorica!

E così mi adeguo pur di restare nel gruppo più pazzo del mondo, fingendo di non aver “mai aperto i libri alle mie spalle, che tra l’altro non sono neanche miei”, come ebbe a dire con orgoglio un personaggio interpretato da quel genio di Natalino Balasso (porca miseria, non trovo più il video su Utube).

A chi mi mostra la foto sfocata dell’albero mezzo secco, senza neppure inforcare gli occhiali rispondo che indubbiamente si tratta di una normale reazione fisiologica e che togliere i rami secchi risolverà la causa. (Oh! Mai uno che chieda qual è la causa).

In fondo è corretto, perché l’ha detto l’esperto al Bar delle Facce, dove dall’alto di una sedia blu puoi dire quel che vuoi, basta che sia credibile e gratis.

Lucio Montecchio

 

il disegno del Like è tratto da http://www.freeiconspng.com

 

L’albero – foresta

 

“Quello di cui i nostri timorosi compagni di viaggio non sembrano rendersi conto, dottore, è che fuori dalla vostra colonia c’è semplicemente una colonia più grande”

J.G. Ballard, Foresta di cristallo, 1966.

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Sono più che mai convinto che un albero sia luogo, un ambiente complesso frutto del lavoro di centinaia di specie che, sotto e sopra la corteccia, convivono secondo regole ed equilibri che non capiremo mai appieno.

Un sistema implicitamente e necessariamente dinamico in grado imparare, adeguarsi agli eventi e prepararsi al futuro. Perché la vita, si sa, è molto più fantasiosa di noi.

La quercia che ho di fronte ci ha messo nove secoli a diventare com’è, cambiando chissà quante forme. E così, quell’alberello nato finché Riccardo Cuor di Leone guerreggiava con Saladino è cresciuto, ha sbagliato, ha capito, ha provato in un altro modo e negli ultimi anni ha scelto di lasciar cadere qualche ramo molto grosso pur di far spazio a rami più sottili. E’ un problema? Non per lui, evidentemente.

Ma c’è di più: negli spazi più aperti, dove le branche si aprono quasi orizzontali creando un pianoro centrale, ha lasciato che foglie e rami diventassero dapprima humus e poi un vero suolo, nel quale lasciar crescere muschi, felci e giovani alberi che affondano le radichette nella sua parte più centrale, ormai marcescente.

Quando altri rami cadranno e lasceranno penetrare più luce, loro saranno pronti a crescere.

A prescindere dall’età e dalle dimensioni, questo “albero-foresta” è certamente un monumento: alle dinamiche della natura e a chi non ha avuto tempo o voglia di ingessarlo fra cavi, cavetti e puntelli.

 

Windsor, 10 settembre 2019

Lucio Montecchio