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Barney

barney

 

Il platano che i londinesi chiamano Barney è ancora lì, lungo il Tamigi. Per riuscire a trovarlo c’è voluta una mattina di pazienza, che se fosse stato per me mi sarei arreso dopo due ore e avrei raggiunto la famiglia di Carlo al pub.

Oltre a essere enorme è sanissimo.

Vecchio non sembra proprio. Sarà perché è senz’altro nel posto giusto e perché nessuno taglia né lui, né il boschetto, né il rovo denso nel quale è immerso.

Inghilterra, 1652. Nella collezione botanica del giardino di Oxford il platano mediterraneo e quello nordamericano crescono a stento: il primo è freddoloso e l’altro non sopporta l’umidità.

In una delle lunghissime sere invernali passate davanti al caminetto, un gruppo di giardinieri decide di provare a incrociarli artificialmente, in modo da tirarne fuori un ibrido più adattabile al clima britannico.

Dev’essere stato un lavoro estenuante, fatto di occhialini e pennellino. Forse per vent’anni produssero piante peggiori oppure non molto diverse dei genitori, ma nel 1670 uno dei molti alberi soddisfò finalmente le aspettative.

Era bello, robusto, imponente, vigoroso e cresceva rapidamente.

Giustamente orgogliosi, lo chiamarono “Platanus inter orientalem et occidentalem media”. All’epoca si usava così: Linneo doveva ancora nascere.

Tagliando e facendo radicare nel modo e nel momento opportuni i rami della nuova specie, i botanici riuscirono a produrre centinaia di cloni. Non figli, ma copie perfettamente identiche da omaggiare a nobili e vescovi, che li piantarono in bella vista nei loro parchi. Grazie a questa abile strategia di marketing, nella regione di Londra ne furono piantati migliaia in pochi decenni, soprattutto lungo le nuove strade.

Qualche tempo dopo iniziò la rivoluzione industriale. Le fonderie a carbone liberavano così tanti fumi da rendere l’aria irrespirabile, colorando il cielo di una tonalità di grigio scuro, subito chiamata Fumo di Londra.

La polvere si depositava ovunque. La gente tossiva, le malattie respiratorie aumentavano e gli alberi si seccavano. Tutti, fuorché i platani.

Le foglie di Barney e dei suoi cloni catturavano la polvere senza deperire e, complessivamente, le chiome che si compenetravano lungo i viali filtravano l’aria rendendola un po’ più accettabile.

Nel 1880 un giornalista locale scrisse “Nelle molte vie e giardini di Londra è decisamente sorprendente vedere quanto sano, pulito e rigoglioso sia il platano. Sebbene sia circondato da miriadi di ciminiere, le sue foglie grandi e sane sembrano quelle di un albero che viva lontano dal fumo e dall’atmosfera cittadina”.

Anche grazie a questo indiscutibile vantaggio sanitario, in pochi decenni il platano ibrido, invenzione umana, fu diffuso lungo tutte le nuove strade europee creando quei corridoi verdi che tutt’ora vediamo percorrendo molte strade.

Corridoi ecologici che permettono a una ricca fauna di vivere a quindici metri d’altezza e di spostarsi con facilità per chilometri.

Corridoi sanitari fatti di rami e di foglie che rinfrescano, filtrano e ossigenano.

E noi siamo ancora qui. A discutere di potatura invece che di alberi e di posti giusti.

Lucio Montecchio

L’albero – foresta

 

“Quello di cui i nostri timorosi compagni di viaggio non sembrano rendersi conto, dottore, è che fuori dalla vostra colonia c’è semplicemente una colonia più grande”

J.G. Ballard, Foresta di cristallo, 1966.

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Sono più che mai convinto che un albero sia luogo, un ambiente complesso frutto del lavoro di centinaia di specie che, sotto e sopra la corteccia, convivono secondo regole ed equilibri che non capiremo mai appieno.

Un sistema implicitamente e necessariamente dinamico in grado imparare, adeguarsi agli eventi e prepararsi al futuro. Perché la vita, si sa, è molto più fantasiosa di noi.

La quercia che ho di fronte ci ha messo nove secoli a diventare com’è, cambiando chissà quante forme. E così, quell’alberello nato finché Riccardo Cuor di Leone guerreggiava con Saladino è cresciuto, ha sbagliato, ha capito, ha provato in un altro modo e negli ultimi anni ha scelto di lasciar cadere qualche ramo molto grosso pur di far spazio a rami più sottili. E’ un problema? Non per lui, evidentemente.

Ma c’è di più: negli spazi più aperti, dove le branche si aprono quasi orizzontali creando un pianoro centrale, ha lasciato che foglie e rami diventassero dapprima humus e poi un vero suolo, nel quale lasciar crescere muschi, felci e giovani alberi che affondano le radichette nella sua parte più centrale, ormai marcescente.

Quando altri rami cadranno e lasceranno penetrare più luce, loro saranno pronti a crescere.

A prescindere dall’età e dalle dimensioni, questo “albero-foresta” è certamente un monumento: alle dinamiche della natura e a chi non ha avuto tempo o voglia di ingessarlo fra cavi, cavetti e puntelli.

 

Windsor, 10 settembre 2019

Lucio Montecchio

Cittadini da apericena

Quando i primi ominidi arrancavano piegati vivendo di frutti e di animali così lenti da essere catturati e mangiati crudi, i boschi erano già lì da millenni. Più o meno fatti come una attuale foresta vergine.

Dagli alberi abbiamo imparato il fuoco, ottocentomila anni fa, e subito dopo il caldo e la bistecca: valeva la pena fermarsi. E così, un po’ alla volta siamo passati da predatori nomadi ad allevatori e agricoltori stanziali.

La quasi totalità dei nostri boschi sono addomesticati da allora. Semplificati così tanto da far crescere solo le specie che ci sono utili eliminando tutte le altre. Come si fa con le erbe che in un campo di soia si berrebbero acqua e nutrienti in cambio di nulla, ma qui invece del diserbante si usa la motosega.

Anche senza particolari abilità, questi boschi li riconosciamo dalla presenza delle sole specie richieste dal mercato e utili alla nostra quotidianità. Sono fatti di giovani alberi grossomodo delle stesse dimensioni, spesso piantati in file come in un campo di mais per essere tagliati facilmente e avere lotti omogenei al raggiungimento di una dimensione commerciabile. Niente di strano: con la stessa logica mangiamo migliaia di cuccioli di pecora, manzo e gallina. Aspettare oltre terrebbe immobilizzato un capitale e non giustificherebbe il costo di mantenimento.

È altrettanto normale, perciò, che l’età degli alberi più vecchi di molti dei nostri boschi sia attorno ai 100-120 anni. Sono cuccioli da tagliare appena il mercato li richiede e prima che con l’età aumenti la suscettibilità a malattie che fanno marcire il legno.

Ma se l’albero più grosso e vecchio che siamo abituati a vedere ha solo cento anni, è chiaro che tutti quelli di duecento ci faranno sgranare gli occhi e urlare “monumento!”. Molti potrebbero arrivare a cinquecento, o mille, o di più. Basterebbe dimenticarsene, ma di questo parleremo un’altra volta.

Non sono assolutamente contrario alla coltivazione dei nostri boschi. Fortunatamente abbiamo una lunga tradizione e fior fiore di esperti che coltivano e tagliano senza che ce ne accorgiamo, gestendo i tempi e i ritmi di crescita come fa un bravo batterista, del quale ti accorgi solo se sbaglia. Anch’io taglio alberi e mi ci riscaldo. Anch’io preferisco un mobile di legno di buona qualità a uno scadente o di plastica.

Basta non confondere dinamiche naturali e umane, perché in natura un bosco non è un insieme di alberi, è molto di più. Quanto maggiore è questo molto, maggiore è la diversità biologica.

Vogliamo permettere a questi boschi di essere più ricchi di specie? Dobbiamo ripartire da quelle vegetali, madri e padri di tutto quel che sopra alla catena alimentare c’è.

E’ semplice. Provate ad abbandonarli per quarant’anni e faranno ingresso le molte specie che ritenevamo inutili e tagliato: ciliegi selvatici, robinie, maggiociondoli, frassini, aceri, pioppi, sorbi, saliconi, noccioli e molti altri, senza contare tutti gli arbusti e le erbacee. E conseguentemente tutti gli animali vegetariani, e poi i carnivori. Una serie di mammiferi grandi e piccoli, anfibi, rettili, uccelli, insetti, funghi e via così. Ma a questo punto i boschi diventeranno selva oscura, regno di troll, linci, lupi e orsi, che mangeranno le pecore dei pastori e attraverseranno il nostro sentiero.

Vado a memoria: “Che beo, el pare un giardin”, commentavano due turisti osservando una piantagione di abete ad Asiago, in un romanzo di Mario Rigoni Stern.

E’ proprio così, non lamentiamoci troppo: noi cittadini da apericena la biodiversità la vogliamo altrove.

Vogliamo boschi-giardino: semplici e facilmente raggiungibili, magari con pista da sci, ponte tibetano e baita con solarium. Dove il lupo non arriva.

Lucio Montecchio