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Veteranizzare gli alberi: quando la perversione non ha limiti

Fra le varie definizioni antropocentriche che siamo abituati a coniare, un albero veterano ha l’aspetto di un sopravvissuto. Non necessariamente anziano, vecchio o monumentale, ma un po’ come uno di quei trentenni dei film che, dentro o fuori, portano le tracce di una guerra che li ha segnati per sempre.

Gli alberi che rientrano nella definizione di veterani mostrano fessure, cimali o rami deperenti o morti, cavità interne, fori, marcescenze o funghi crostosi alla base. Senza dubbio hanno un ruolo di importanza fondamentale in un ecosistema, anche perché spesso danno supporto a liane, edere, licheni, muschi. E poi ospitalità a funghi degradatori delle loro parti morte, insetti che depongo le uova nel legno ormai molle e, conseguentemente, a picchi, pipistelli o civette.

Sono un habitat complesso e contribuiscono fattivamente a mantenere la diversità di specie che sono tipiche di quel sistema ecologico.

Per vedere alberi veterani non serve andare in una foresta vergine. Basta una passeggiata in città.

Lo è un albero ripetutamente massacrato dalla follia di proprietari che pagano per farsi deturpare irrimediabilmente un loro bene da motoseghisti che si autodefiniscono arboricoltori e chiamano la loro attività tree care, senza sapere non solo cosa significa quella parola, ma cos’è un albero. Chiaramente sperano che non lo sappia neanche il loro cliente e spesso, purtroppo, hanno ragione.

Lo è un albero piantato troppo vicino all’altro in un parcheggio, con le radici e il colletto danneggiati dalle ruote e dal paraurti di automobilisti distratti.

Lo è un ulivo centenario strappato in Grecia e trapiantato in centro a una rotatoria nelle nostre città. In questi giorni invernali dovrà subire un clima al quale non è abituato. Se sopravviverà sarà veterano. Se morirà, niente di male: il vivaista che l’ha donato al Comune si sarà comunque fatto pubblicità e potrà sempre dare la colpa al freddo.

Lo è anche l’albero che viene pesantemente potato e poi abbattuto perché, strutturalmente indebolito alla chioma o alle radici da quei signori di prima, rischia di cadere e far danni. Operazione a volte discutibile e osteggiata da una sempre più ampia fetta di cittadinanza, ma a volte necessaria per prevenire qualche lutto.

Direi proprio che di alberi che mostrano una vita di sofferenze inattese, nelle nostre città ne abbiamo già parecchi.

E’ per questo che non riesco a capire perché sta prendendo piede, per fortuna non ancora in Italia, la veteranizzazione degli alberi. Anche grazie a specifici corsi che gran luminari tengono a caro prezzo.

In sostanza si tratta di prendere un albero di forma e aspetto normali e infliggergli una serie di danni (“controllati”, dicono) in modo tale da fargli assumere l’aspetto di un sopravvissuto alle ingiurie della vita. E così ci insegnano a strappare lembi di corteccia per simulare fulmini mai caduti, a fratturare alcuni rami per simulare un vento forte, fino a suggerirci micro-esplosioni per mimare il danno dovuto a marcescenze inesistenti, ma che poi inizieranno a manifestarsi.

Purtroppo è il solito limite dei vegetali. Diversamente dagli animali, sono banalmente carini da giovani e bellissimi se sono mezzi secchi, torti o cavi, da fotografare con un bel tramonto come fondale.

Lucio Montecchio

PS: 9 dicembre. Oggi ho visto una signora sui cinquantacinque pagare a caro prezzo un paio di jeans stracciati.

 

Funghi albericoltori

La scelta di passare da nomadi raccoglitori di piante a coltivatori stanziali è stato un momento fondamentale, soprattutto da un punto di vista sociale. Succedeva grossomodo diecimila anni fa. Da quel momento, in prossimità di un corso d’acqua e di terreni sufficientemente fertili ci siamo fermati e abbiamo costruito i primi insediamenti e una rete di relazioni coi vicini basata sullo scambio di quel che veniva prodotto in eccesso.

Nel benessere crescente, la popolazione aumentava e così abbiamo imparato a selezionare varietà più produttive, a irrigarle, nutrirle e difenderle dai parassiti. A coltivare piante poliennali, dalle quali raccogliere frutti ad ogni stagione. Gli interessi e non il capitale.

Alcuni agricoltori più lungimiranti di altri hanno poi scelto di ottimizzare gli sforzi mettendo a disposizione le proprie abilità. Chi sapeva come scavare un canale in modo adeguato lo faceva anche dal vicino, che in cambio aiutava nella vendemmia. Nel passaggio da rivalità a collaborazione sono nati i primi consorzi di agricoltori. Tutti ne avevano beneficio.

A fare la stessa cosa, tre milioni di anni prima, furono alcuni batteri e funghi microscopici, che da nomadi parassiti di piante divennero agricoltori a tutti gli effetti. Insediati sugli apici assorbenti delle radici, erano capaci di allungare nel suolo un reticolo di sottilissimi tubi (il micelio) coi quali raggiungere e trasportare alla pianta acqua e nutrienti. Per allontanare i parassiti, poi, producevano efficaci composti tossici da rilasciare tutto attorno alle radici della loro pianta. Chi era abile nel raggiungere l’acqua lasciava il compito di assorbire azoto o produrre antiparassitari a un altro.

Un consorzio, grazie al quale tutti raccoglievano e condividevano il surplus di carboidrati che la pianta produceva. Gli interessi e non il capitale.

E’ questa la vera differenza fra parassiti di piante, nomadi che saccheggiano quel che trovano (perché del domani non v’è certezza) e simbionti stanziali, che le piante preferiscono coltivarle.

In un singolo albero ce ne sono decine di specie diverse, ognuna specializzata nel fare qualcosa che la rende diversa e utile agli altri.

Della loro presenza si accorse per primo il Prof. Giuseppe Gibelli, osservandoli su radichette di castagno. Di questo studio ci restano argomentazioni modernissime e disegni meravigliosi, pubblicati nel 1883 (“Nuovi studi sulla malattia del castagno detta dell’inchiostro”).

Sono i simbionti micorrizici.

Agevolarne la presenza significa preservare salute e benessere dei nostri alberi.

Lucio Montecchio

gibelli
G. Gibelli, 1883. “Nuovi studi sulla malattia del castagno detta dell’inchiostro”. LM

Alberi a chilometri zero

La Puglia, si sa, non è famosa per le sue piantagioni di caffè. Eppure sembra che Xylella fastidiosa, batterio associato alla morte di migliaia di ulivi, vi sia stata importata qualche anno fa dal Costa Rica con una pianta di caffè infetta. Paesaggio ed economia locale ne stanno pagando le spese e chissà quanto durerà.

Phytophthora infestans sembra essere stata importata in Irlanda a metà ottocento, non si sa bene da dove, con un lotto di patate infette. Essendo la coltivazione di patate fonte primaria di reddito e di carboidrati, ne seguirono miseria, carestia, la morte di circa un milione di persone e, per chi ne aveva la possibilità, l’emigrazione negli Stati Uniti.

Sembra. Perché i tempi di incubazione delle malattie delle piante sono lunghi, e quando ci si accorge dell’effetto è spesso impossibile risalire al quando e al come. Però è estremamente probabile, nessuno l’ha mai smentito e questo dovrebbe bastarci.

All’epoca, di parassiti che uccidono le piante si sapeva ancora poco, ma oggi non ne sappiamo molto di più …

Quel che è certo è che dire parassiti non basta. Funghi, insetti, batteri e virus hanno capacità di movimento, esigenze, comportamenti, tempi e modi di diffusione diversi.

Il libero scambio delle merci non può essere bloccato, ma il movimento di quelle che potrebbero essere potenzialmente pericolose nel luogo di destinazione sì. Questo è il motivo per il quale, a volte con tempi tecnici discutibili, le normative internazionali sulla quarantena vengono costantemente aggiornate.

Per la sola Europa parliamo di una Direttiva corposa, nella quale è scritto che specie e quali loro parti devono essere controllate, in quale stadio di crescita, cosa controllare, che trattamenti antiparassitari eventuali devono aver subito, in che condizioni possono essere trasportate e via così.

Nonostante questo sforzo, grazie alla presenza di ispettori fitosanitari preparati, una piccola parte di quel materiale che parte da ogni angolo del mondo e arriva accompagnato da un documento che ne certifica la non-infezione, viene invece riscontrato infetto. La merce torna a casa sua, oppure viene disinfettata, oppure viene distrutta.

Un container di pomodori, azalee, bonsai o alberi di natale, però, per essere ispezionato al microscopio non può essere interamente danneggiato. E poi ci possono essere piante già infette ma che non destano alcun sospetto, perché i tempi di incubazione delle malattie delle piante sono lunghi, a volte anni.

E’ perciò inevitabile che qualcosa sfugga ai controlli.

Purtroppo, questo “qualcosa” sta aumentando di anno in anno.

Finché noi tutti continueremo a chiedere al fruttivendolo, al vivaista o al falegname frutti e piante esotiche provenienti dagli angoli più disparati del mondo solo perché costano meno o perché sono più belle di quelle belle che abbiamo già, il problema non potrà certo diminuire. Ne siamo tutti responsabili.

L’anno scorso durante un incontro tecnico-politico internazionale ho detto che alla luce delle conoscenze che abbiamo “la crescente importazione di patogeni esotici è un bioindicatore della stupidità umana”.

Qualcuno l’ha presa male, ma lo penso tuttora.

Gli esempi sono davanti agli occhi di chi li vuol vedere.

Buy local !

Lucio Montecchio

auto legname
Più local di così ….  (Spagna, 2012, LM)