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Ad minchiam

Dall’inizio dell’anno, gli amministratori di Fantasilandia erano usi incontrarsi mattina e pomeriggio per il consueto brain storming sulla solita, spinosa questione: “Che fare?”.

Un argomento un pochetto leninista, ma che sostanzialmente significava “e adesso come facciamo a vincere le prossime elezioni, che siamo già spacciati in partenza?”.

Nessuno sapeva produrre una proposta concreta, però, e mattine e pomeriggi scorrevano fra un deca macchiatosòja con poca schiuma e un pinot noir con fettina di lime, finché …

Finché un bel giorno il violinista aprì la porta urlando “Spritz Campari!” e facendo accomodare al ritmo di samba il solito cameriere, già affannato dalle scale e appesantito dalla fondina piena di monetine di vario taglio.

“Guardate cos’ho trovato in garage: un numero del 1978 di “Country road take me home” dove spiegano come trasformare gli alberi in statue!”.

“Beh, allora non è una novità”, osservò l’onnipresente giornalista in agguato di primizie estive.

“Qui non l’ha mai fatto nessuno e quindi è una novità. E poi gli altri lo fanno sugli alberi secchi o su tronchi già stesi a terra, ma sui vivi non l’ha mai fatto nessuno”.

“Magari ci sarà anche un motivo”, sussurrò un consigliere coricato su un Hammond leopardato, ma nessuno lo sentì.

“Guardate, è semplice. Si prende un albero un po’ moribondo ma non troppo, gli si taglia via la chioma e si fa scolpire quel che resta da un artista. Chiameremo ‘sta cosa ‘Nuova Vita’. Che poi potrebbe anche diventare lo slogan della campagna elettorale”, concluse sottovoce il violinista giocherellando coi bottoni della camicia hawaiana.

“Ma no, dai … su alberi vivi no, dai… Quelli continueranno a ricacciare rami e rametti. Ci riempiranno di critiche e ingiurie. Faranno mille foto del prima, del dopo e del dopo-dopo”, commentò lo xilofonista.

“Macché! Rami e rametti li tagliamo noi, di notte. Siamo una città d’arte e nessuno avrà nulla da dire. Andremo su tutti i giornali, altro che tutti quei santini pre-elettorali da infilare sotto ai tergicristalli”.

“Beh, dipende anche da cosa ci scolpiamo”, osservò il gonghista.

“Animali. Connubiàmo vegetali e animali, l’incontro fra due Regni: un simbolismo potentissimo”. Poi tirò fuori un foglio e lesse: “Due coccodrilli, un orango tango, due piccoli serpenti e un’aquila reale. Se avanzano alberi ci mettiamo anche un gatto, un topo e un elefante”.

“E tu, cos’hai da ridacchiare?”, chiese il clavicembalista al barista, ancora in attesa che qualcuno pagasse il giro.

“Beh, gatti e topi tanti assé da queste parti, ma aquile reali mai vista una, Dottore. Che poi come fate a scolpire un tronco con quelle forme lì?”.

“Il barman ha ragione”, intervenne l’usciere abbarbicato sul corrimano delle scale, “dovete fare cose che stiano dentro ad un cilindro verticale: un bagnoschiuma, un salame con l’aglio e cose così, insomma”.

“Ma dai, queste sono le solite cose… Dobbiamo portare al potere la fantasia e l’immaginazione”, sbuffò deluso il violinista.

“Dei cazzi! Scolpiamo-deigrandissimi-cazzi!”, tuonò il grancassista puntando gli occhi sul mezzogiorno meno cinque della pendola.

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Cinque minuti bastarono per concordare tutti i dettagli, perché non discussero di alberi vivi né di arte, ma di grancazzi.

#andòtuttobene: le elezioni le persero.

Non solo per aver scuoiato e umiliato alberi vivi, chiaramente.

Lucio Montecchio