Tag: val belluna

Le grandi scoperte dell’umanità – parte prima

firmate1 (12)

Molto tempo fa, in un luogo imprecisato della Val Belluna, Sergio stava squadrando dei tronchi di abete per farne delle travi e allargare un po’ la baita.

Era difficile spingere le travi pesanti dal piazzale alla casa, ma Galdino, figlio geniale, si armò di un tirascorza e ne smussò velocemente gli angoli fino a riuscire a far rotolare le travi con una discreta facilità.

Sergio se ne accorse troppo tardi e si mise a rincorrerlo urlando “Ma che casso hai fatto, che se li volevo tondi li lasciavo com’erano?”, e così Galdino lasciò immediatamente la presa e scappò verso monte. La trave, invece, rotolò verso valle.

Fu quel gesto inconsapevole, che permise la scoperta della ruota.

Le rotelle fatte con gli alberi permisero la nascita dei primi carri e del lavoro di carradore, dei cavallivapore e degli stallieri, del trasporto e dei trasportatori, del commercio e dei commercianti.

Benessere, insomma.

Dopo qualche mese, però, Sergio si accorse che le ruote erano così piccole da incastrarsi frequentemente dentro alle buche della strada e sfiancare i cavallivapore.

Riflettendo sulle soluzioni possibili pensò ad alta voce, come sua abitudine “Mi sa che dobbiamo aumentare il diametro, sinò i cavallivapore li amassiamo tutti”. Lo fece al massimo della concentrazione, grattandosi la testa con una mano e strattonandosi il cavallo dei pantaloni con l’altra.

“E come si fa?”, chiese Galdino da sopra il fienile?

Sergio rispose infastidito “Quattroterzipigrecoerretrè, con lo scappellamento a destra”, ma fu da quella frase priva di senso, che nacquero la matematica, la geometria piana e il lavoro di geometra.

Chiaramente, le circostanze della vita si misero a richiedere tempi sempre più rapidi, e per evitare che i carri con le ruote maggiorate alzassero troppa polvere al loro passaggio, lo scalpellino del paese inventò le strade lastricate. In questo modo, però, i carri prendevano troppa velocità, soprattutto in discesa e, nonostante l’immediata invenzione dei freni, ogni tanto qualche cavallovapore si accasciava a terra così stremato che allo stalliere non restava che finirlo in modo ecocompatibile (con un pugno in mezzo agli occhi, insomma) per poi andare a protestare da Sergio, che nel frattempo aveva aperto una concessionaria di carri.

“Nel manuale del proprietario non c’era, sta cosa qui. E adesso cosa me ne faccio di un cavallovapore morto?”

“Prova a magnarlo!” Rispose scherzando Sergio.

Si perché, vedete, i bellunesi erano un popolo sano, abituato a vivere di aria fresca, amore, poesia, patate e fagioli di Lamon.

Nonostante questo e ben pochi altri inconvenienti, però, in questa remota valle bellunese in pochi anni fiorì la prosperità, basata sull’abilità di trovare quasi sempre la soluzione ad un problema, qualsiasi fosse.

Raggiunti i vent’anni, Galdino si trasferì su verso Agordo a cavare roccia stradale finché un bel giorno, arrotolandosi una sigaretta di trinciato, posò lo sguardo su alcune pietre che gemevano un olio denso e scuro.

“Orca! E’ olio di pietra questo!”, esclamò a sé stesso.

“Questa roba qui posso filtrarla con le calze collant della mamma, usarla per fare girare un motore e farci i soldi. Altro che cavallivapore! Altro che spezzarmi la schiena dall’alba al tramonto!”. Telefonò a un mecenate, noto produttore di jeans del trevigiano, e in quattro e quattr’otto inventarono il motore a scoppio, che chiaramente prese il nome dei jeans.

Era un motore potentissimo: almeno 100, forse 200 volte un cavallovapore. Così potente da frantumare all’istante le poche lavastoviglie a pedali sulle quali provarono a montarlo.

Fu così che in breve tempo i cavalli furono lasciati correre liberi nelle praterie degli altopiani e i carri a motore presero la strada di luoghi remoti: Eraclea, Cavallino Treporti e tutta la zanzarilandia fin giù a Brondolo.

Al mare, insomma. Un posto pieno d’acqua calda, neanche buona da bere e che già mostrava le prime chiazze di gasolio bluastre in superficie.

“E adesso cosa facciamo? Andiamo giù verso il campeggio dell’Isola Verde?” chiese Carlo, amico d’infanzia.

“Ma no, mona, basta inventare una barca e il gioco è fatto. Togliere le ruote dal carro e remare, ecco”, rispose Galdino.

Così fecero, e pian pianino si diressero verso l’America.

Fine della prima parte

seconda parte

terza parte

Lucio Montecchio