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Primavera 2020

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La primavera del 2020 ce la ricorderemo a lungo, racconta Vincenzo.

Sai, pensavo che ci sarebbe voluto più tempo, che avrebbero iniziato quelli più antichi e in un luogo remoto. E invece l’han fatto tutti assieme, contemporaneamente.

Dev’essere che in quei decenni di globalizzazione e di convivenza forzata gli alberi avevano inventato una lingua comune, fatta di vento morbido e di odori speziati.

Fatto sta che, proprio pochi giorni prima della potatura, tutti gli alberi delle capitali europee iniziarono a far fiori mai visti, grandi e profumati. Un caleidoscopio di gialli, blu, rossi, viola e arancione. E l’immancabile bianco che, come diceva l’Angelina, sta bene con tutto.

Però solo sulle punte dei rami.

Davanti a questa meraviglia nessuno ebbe più il coraggio di potare, e così i fiori inondarono l’aria e le strade di profumi e di petali come in un matrimonio indù.

Molti studiosi dissero che era per via del cambiamento climatico, altri davano la colpa alle scie chimiche.

Il vescovo tenne un lungo sermone sulla fine del mondo che si stava approssimando impetuosa, e sul valore del pentimento. I linneiani crollarono in una crisi sistematica e profonda, e un po’ anche i post-darwiniani.

Io però credo che avesse ragione Cosimo, un nobile maremmano esiliatosi da anni su un melo.

Diceva di capirli perché parlavano l’Alberese, variante salmastra del Grossetano.

Diceva che era una loro offerta, in cambio della quale chiedevano di fermare per sempre la dolorosa amputazione dei rami.

Diceva che questa era la prova provata dell’intelligenza degli alberi, e che ci sarebbe stato da mangiare e motivo di far festa tutti i giorni. Però, quando aggiunse che ogni cristo sarebbe sceso dalla croce e che avrebbero fatto ritorno un sacco di uccelli, perse un po’ di credibilità e tornò ad essere additato come lo strambo del villaggio.

Resta il fatto che i comitati cittadini decisero che valeva la pena aspettare per vedere come andava a finire.

E così, dopo una fioritura abbondante, i cedri iniziarono a fare avocado, gli abeti papaia, i pini mango, gli ippocastani goji, le sofore una quantità impressionante di lulo e così via.

Immagina i frutti, immagina i fiori. E pensa alle voci, pensa ai colori! [F. Guccini].

Frutta costosa ed esotica, ora gratis e a portata di mano fino all’inverno.

Tivù e giornali non parlavano d’altro. Le radio mandavano reggae in tutte le sue declinazioni da mattina a sera, a mattina.

Un critico d’arte, pur di dire la sua, tirò in ballo Ligabue e i pittori naif ungheresi.

I grandi chef inventarono nuove ricette da preparare in tre minuti e i vecchi come me, che non sanno distinguere il falso dal vero, trovarono nuove storie da panchina.

Che anni quegli anni …

Lucio Montecchio

Soffia, vento. Soffia!

« Dicen que viene del norte
las tropas del general;
con mucho galón dorado
que a Rosas quieren voltear
 »

(Milonga Rosista)

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Era la fine di agosto e la sua chioma era ormai carica di semi leggeri, ennesimo tentativo di fuggire da quel parcheggio.

Vento, portali lontano, dai miei.

La bora arrivò impetuosa.

 

Lucio Montecchio

Ghianda urbana

Anche lei aveva avuto fortuna: quella di cadere dentro a un cestino fra la pista ciclabile e l’aiòla, protetta da bici e rasaerba.

Da lì, forse avrebbe trovato un passaggio per una discarica a cielo aperto e, chissà, un futuro.

Urtando contro la bottiglia vuota si svegliò di colpo, alzò lo sguardo e poco lontano vide il vecchio Rovere.

Ciao babbo, che fortuna!

Lui guardò in basso, annoiato.

Il solito cane gli stava pisciando sui piedi.

Fortuna un cazzo: erano due anni che provavo a fare centro !

 

“Imagination is crazy, your whole perspective gets hazy.
Starts you asking a daisy “What to do, what to do?” (Chet Baker)

Lucio Montecchio

Non era nel menù

Il giovane laureato, iscritto ad un Ordine Professionale che abilita un esperto di allevamenti ovini a valutare la salute di alberi esotici, era stato incaricato di censire gli alberi di un  parco fornendo posizione, specie, altezza, età presunta e probabilità di caduta (si, lo so che si dice “propensione al cedimento”, ma qui scrivo chiacchiere da bar).

Il Dottore, però, non ha indicato che cinque di quegli alberi soffrono di una malattia letale e di quarantena chiamata “cancro del platano”, la cui immediata eradicazione è prevista dalla legge, a salvaguardia dei vicini ancora sani.

Alla domanda “come mai non l’hai segnalato?” la risposta è stata “non era previsto dal contratto“.

Mi ricordo di quando, qualche anno fa, ci siamo fermati in un famoso ristorante vicino a Trieste. Fra i vari antipasti c’erano dei formaggi locali oppure del prosciutto dalmata. Mia moglie ha chiesto se era possibile avere un misto dei due, ma il cameriere ha risposto “no, nol xè nel menù”.

Non siamo più tornati.

Lucio Montecchio