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E povero anche il cavallo

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Trattoria di montagna.

Due coppie sui quarantacinque sedute al tavolo di fianco al nostro.

A vederli, un abbigliamento che non ci fai neanche due chilometri. Di marca, certo, ma buono per lo spritz in Piazza dei Signori. “Sai, è in materiale tecnico” si saranno detti salendo dalla città in cerca di un po’ di panorami da mettere su Instagram.

Cosa significhi tecnico, lo giuro, non lo so.

Dalle parti mie si dice durevole, comodo, oppure leggero. A dir la verità, per prima cosa Carlo mi chiederebbe “quanto l’hai pagato”, e inevitabilmente commenterebbe “massa!”.

A sentirli parlare, appassionati di tradizioni, storia, arte e cultura montanara. 

Era piacevole orecchiare. Magari ci avrei anche attaccato bottone chiedendogli un parere sul vino, che funziona sempre.

Fino a quando si son messi a far commenti sull’impresa boschiva incrociata per strada e sul carico di faggio nel rimorchio.

Non del boscaiolo che si spezza la schiena, quello mai.

Sono anche arrivati a dire “deforestazione”. Deforestazione!

 

Io li invidio, davvero.

Ignorano la fatica del coltivare e vendere quel poco che, molto lentamente, vien su da queste parti: legno. Biologico, ma nessuno lo dice mai.

Facilmente loro si scaldano col solare, il fotovoltaico o le pale eoliche. Oppure fra un bue e un asinello o stando abbracciati a lungo fino alla primavera, a dimostrazione del loro amore per l’ecosistema.

Si, certamente i miei quattro vicini sanno resistere alla tentazione di avere tavoli e sedie di legno e invece della carta igienica usano un’ampia foglia di melanzana biologica. Almeno fra maggio e settembre, poi non si sa.

Io li invidio, davvero, questi ambientalisti col coccodrillo pronto a pinzargli il petto, che quando scoreggiano arricchiscono l’atmosfera di ossigeno profumato di violetta.

 

Si, lo so, questo post è molto breve, ma devo andare a far legna. Perché qui l’inverno arriva in un attimo.

 

Casa, 13 agosto 2019.

Lucio Montecchio